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OTTAVIA FARCHI: IL CINEMA BARESE HA UNA NUOVA LUCE

26 anni, barese, ha conquistato il pubblico con un cortometraggio di finzione girato interamente a Santo Spirito, in collaborazione con la storica Associazione dei Marinai.


Associazione Marinai di Santo Spirito
Ottavia Farchi

Classe ’99, studia antropologia culturale, etnologia ed etnolinguistica a Ca’ Foscari. Regista e sceneggiatrice, si è formata all’Accademia del Cinema Ragazzi di Bari e nel programma “Becoming Maestre” di Netflix e David di Donatello. Lavora tra Parigi, al Théâtre du Temps, e la Puglia, dove guida laboratori di cinema nelle scuole, ed è co-fondatrice del collettivo Bambu Film.

Alla sua seconda esperienza come regista di un cortometraggio di finzione, “La Giostra” ha registrato sold out nella proiezione avvenuta presso il Cinema Piccolo di Santo Spirito, cinema inserito nel circuito d’autore.

In collaborazione con la storica associazione dei Marinai di Santo Spirito, che da anni opera per la promozione del territorio nei suoi aspetti folkloristici, storici, turistici e naturalistici impiegando in maniera gratuita le proprie forze, il cortometraggio racconta il senso della vita, della morte e della speranza.

Ho deciso di intervistare Ottavia Farchi perché sono rimasta profondamente colpita dalla bellezza del girato, dalla qualità dello stesso, dalla profonda sinergia con il territorio, dalla capacità di sperimentare il filone del Cinema Partecipativo, che valorizza l’identità locale e promuove l’inclusione e la coesione sociale, inserendosi nella tradizione avviata da Edoardo Winspeare, anch’esso pugliese, tra i primi in Italia a sviluppare un approccio coerente e continuativo di cinema partecipato e territoriale, soprattutto nel Sud Italia.

Un giovane talento che merita attenzione e che, certamente, continuerà a sorprenderci.


Come è nata l’idea del cortometraggio e come si è sviluppato il progetto?


Le idee nascono tramite un sogno a occhi aperti in un processo consapevole di condensazione onirica, in cui più elementi vengono accostati per corrispondenza. La giostra di Santo Spirito è stata protagonista dei miei viaggi del sabato sera quando ero piccolina e il quartiere stesso meta delle mie giornate in età adulta. Come presa da un raptus creativo, ho mobilitato l’Associazione dei Marinai di Santo Spirito e i miei colleghi, amici, collaboratori per dare vita a questa favola.



Cosa racconta il corto e quale messaggio vuole trasmettere?


In un villaggio abitato solo da anziani, la vita si ripete in rituali stanchi e silenziosi.

Nessun bambino nasce da tempo e la giostra della piazzetta è diventata solo un tabellone per necrologi.

Tra i pescatori che resistono al tempo, spicca Peppe Longo, un senzatetto cinico che ama gettare ombre sul fragile equilibrio del paese. Ma tutto cambia quando un gruppo di enigmatici ingegneri trasforma la giostra in una macchina capace di ringiovanire gli anziani.



Uno a uno tornano bambini, tranne Peppe Longo: un malfunzionamento lo cancella nel nulla, spingendolo troppo indietro nel tempo. In sua assenza, il paese comprende che ogni ciclo ha la sua fine, e che vita e morte sono la stessa cosa.


È una favola breve e per lo più visiva che parte da una premessa filosofica ben precisa: la vita e la morte sono la stessa cosa e si trovano entrambe sul fondo del mare.

Alla promessa di immortalità veicolata dal progresso tecnologico, sotto forma di un vero e proprio accanimento terapeutico, il ritorno all'essenzialità degli elementi e un'attenzione particolare agli indizi del paesaggio riportano la situazione all'iniziale delusione.

Ma è proprio questa delusione che, in verità, apre altre porte: la consapevolezza di aver concluso il ciclo della vita e la curiosità di sapere cosa c’è dopo.





Com'è nata la collaborazione con l'Associazione dei Marinai di Santo Spirito e che ruolo ha avuto il quartiere di Santo Spirito nella costruzione del film?


L’Associazione dei Marinai di Santo Spirito è stata attrice protagonista del film e del suo processo creativo. Dapprima è stata loro sottoposta la sceneggiatura, approvata e apprezzata. Dopodiché è stato fatto un casting per individuare gli attori protagonisti, tutti "non-professionisti" ma assolutamente adatti alla parte, tra gli uomini e le donne di Santo Spirito e tra le comunità adiacenti.

Di fatto, questo film non sarebbe stato possibile attraverso la comunità del quartiere, che ha impiegato tutte le sue forze - e tutti i suoi attori - per sostenere l'idea.


Ha lavorato anche con l’Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto: cosa pensa dell’opportunità del cinema come riscatto di storie personali e collettive?


Ritengo che sia essenziale uscire dall’individualismo della visione autoriale per dare la chance alle comunità di autorappresentarsi ed esprimersi. È importante captare lo spirito del luogo e non forzare alcun processo.

Uscire dalla logica dello show business, del grano e del curriculum vitae per far sì che il cinema assomigli più a una grande tavola rotonda che ad un'industria.



Santo Spirito

Che consiglio darebbe a un/a giovane come lei che vuole fare cinema partendo dal Sud, dai quartieri, dalle periferie?


Siate pazzi e spericolati, uscite di casa e connettetevi ai luoghi e a chi li abita. Passate il microfono a chi non l’ha mai avuto e date la camera al primo bambino che passa per strada.


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